martedì 16 maggio 2017

Che cosa fare quando l'attesa non è abbastanza dolce

Esiste anche una depressione pre-parto, da affrontare senza pregiudizi: ridurre lo stress materno fa bene al nascituro


MILANO - Che esista la depressione post partum è noto, ma che depressione, ansia e stress possano colpire, e duramente, in gravidanza, in quella che definiamo "dolce attesa", è più inaspettato. E come queste patologie ricadono sul bambino già nato, così ricadono sul bambino che ancora deve nascere. «Dobbiamo riflettere su questi temi non per fare del terrorismo, né, tanto meno, per incolpare le donne, bensì per capire che questi disturbi non vanno sottovalutati, all’insegna del "tanto passerà", ma curati. E curarli è possibile anche in gravidanza — chiarisce Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano —. Le donne che nel periodo prenatale hanno un assetto psicologico alterato hanno più probabilità di aumentare, anziché di diminuire, le "dosi" di fumo, di nutrirsi male e, di conseguenza, di aumentare troppo, o troppo poco, di peso. Inoltre, stress e ansia durante l’attesa sono associati a un rischio dalle due, alle tre volte maggiore di sviluppare disturbi dell'umore nel periodo postnatale».

Il futuro bambino come risente di tutto questo?
«La madre costituisce per il figlio il 50% del suo patrimonio genetico, ma durante la gravidanza è il 100% del suo ambiente — prosegue Mencacci —. E in quell’ambiente il bambino forma il suo sistema nervoso centrale. È facile capire che, se l’assetto psicologico della mamma è alterato, questo influenza lo sviluppo del nascituro. Secondo la fetal origin hypotesis, le esposizioni "ambientali" in epoca prenatale, e tra queste anche lo stress e le diverse forme di psicopatologia materna, possono avere effetti durante tutto il corso della vita del bambino».
Come agisce lo "stato d’animo" materno sullo sviluppo del sistema nervoso centrale del feto?
«In diversi modi — spiega lo specialista —. Il primo è il trasporto via-placenta degli ormoni legati allo stress; il secondo, meno diretto, è la diminuzione della pressione arteriosa a livello placentare, con una conseguente ridotta crescita della placenta e, quindi, del feto. In entrambi i casi, aumenta il rischio di pre-eclampsia, aborto spontaneo, parto prematuro, basso peso alla nascita e diminuita circonferenza cranica. Inoltre, una condizione di elevato stress in epoca prenatale può causare un’alterazione dei sistemi di risposta allo stress stesso e diversi studi hanno messo in evidenza quanto questo possa avere effetti negativi, non solo sullo sviluppo neurologico del feto, ma a lungo termine sul versante emotivo e comportamentale, e perfino sulla predisposizione nella vita adulta a patologie come ipertensione arteriosa e diabete 2».
Le difficoltà psicologiche della madre in gravidanza quali "sintomi" immediati possono causare nel bambino?
«Si possono tradurre — risponde Mencacci — in marcata irritabilità, pianto eccessivo, mimica poco sorridente, ridotta vocalizzazione, coliche più frequenti, aumento dei tempi di addormentamento, alterata reattività. Durante l'età dello sviluppo si possono presentare perfino ritardo dello sviluppo motorio e mentale, iper-reattività, problemi comportamentali, cognitivi, dell’attenzione, disturbi d'ansia e di regolazione emotiva».
La relazione madre-figlio, una volta che il bimbo è nato, come risente dello stato psicologico della mamma?
«È probabile che gia la donna durante la gestazione viva negativamente la propria maternità, si senta in difficoltà nell’adattarsi al proprio ruolo di donna-madre e nel rispondere alle richieste implicite nel suo ruolo. E così il neonato rischia di ricevere scarse cure, di essere meno "guardato" o preso in braccio. Questo può comportare un aumento del rischio di sviluppare uno scarso, se non negativo, legame di attaccamento, fondamentale per il corretto sviluppo emotivo del bambino» spiega lo psichiatra. Visto il quadro preoccupante, sarebbe certo meglio riuscire ad affrontare i problemi psicologici prima di programmare un figlio, ma non sempre si riesce a farlo.
E, allora, si può ricorrere a farmaci senza mettere ancor più in pericolo la salute del bambino?
«Gli interventi sono psicologici, — dice Mencacci— ma nei casi più gravi, c’è anche la possibilità di utilizzare terapie farmacologiche alla luce del fatto che il mancato trattamento ha conseguenze sul benessere fisico e mentale della donna e del feto bambino peggiori di quelle che si temono dai farmaci».
Per saperne di più su depressione e ansia in gravidanza e dopo il parto si possono consultare i siti Depressionepostpartum.it e Centropsichedonna.it
Daniela Natali